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Minori e tecnologia: non basta proteggere, bisogna imparare ad accompagnare

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Quando si parla di minori e tecnologia, la parola d’ordine sembra sia diventata “proteggere”.

Proteggere i nostri figli e nipoti dai social, costruendo dighe, paletti e muri; proteggere i nostri figli dall’Intelligenza Artificiale; proteggere i ragazzi dagli smartphone. Gridiamo “Al lupo” quando il lupo ha già fatto scempio del pollaio o, come si diceva un tempo, chiudiamo la stalla quando i buoi sono già scappati.

Dai social agli smartphone: il mondo sceglie la strada dei divieti

Intanto rendiamoci conto di quel che è accaduto negli ultimi due anni: l’Australia è stata la pioniera imponendo il divieto totale ai minori di 16 anni di accedere a Instagram, TikTok e YouTube, che i genitori vogliano o no. Quest’estate si sono mossi il Regno Unito (divieto sotto i 16 anni) e la Malesia (in modo aggressivo: blocco totale per gli under 16, verifica dell’identità obbligatoria, controllo di tutti gli account esistenti, “coprifuoco” dall’una di notte fino alle 6 del mattino per sedicenni e diciassettenni, multe salatissime per le piattaforme che non si adeguano).

La Francia ha bloccato l’accesso autonomo ai minori di 15 anni, la Spagna sta seguendo le sue orme, mentre la stessa Unione Europea sta valutando restrizioni per tutti i Paesi membri.

Fanno storia a sé la Cina, che ha oscurato Meta, Instagram, X, YouTube e Google sostituendoli con app cinesi; la Russia (no Meta/Facebook, sì ma con limiti a X e YouTube); Iran e Corea del Nord, con una censura totale su tutto il web occidentale; e la Turchia, che spegne le piattaforme quando vuole.

E stiamo parlando solo di social network. In realtà la stretta riguarderà alla fine proprio gli smartphone: la proposta del nostro Ministro per la Pubblica Istruzione, Giuseppe Valditara, è di vietarne l’uso in classe. E sullo sfondo resta il dibattito infinito e, per certi versi, sterile sull’Intelligenza Artificiale, il nuovo mostro che si aggira nella società, un mostro con mille teste, con mille nomi diversi, da alcuni vissuto come il vero Anticristo.

La tecnologia non è il nemico dei minori

La verità, come sempre, è assai più semplice. Gli smartphone hanno migliorato la nostra vita – ovvio, prima che ne diventassimo schiavi –, i social hanno connesso miliardi di persone che hanno scoperto la condivisione di pensieri, ragionamenti, immagini, storie – ovvio, prima che diventassero pervasivi – e l’Intelligenza Artificiale ha dato una svolta epocale al nostro modo di lavorare – ovvio, prima che venisse usata per creare fake news o per fornire apparentemente saggi consigli psicologici.

Si chiede dunque allo Stato, a tutti gli Stati, di legiferare, di imporre limiti, di immaginare sanzioni, di bloccare la deriva tecnologica i cui danni sono sotto gli occhi di tutti.

Ma in questa invocazione accorata denunciamo contestualmente la nostra resa: ci arrendiamo come genitori, come nonni, come insegnanti, come educatori. Speriamo nei divieti perché noi stessi non siamo stati capaci né di vietare, né tantomeno di accompagnare le nuove generazioni all’utilizzo di questi strumenti.

Non “proteggere”, ma “accompagnare” i minori nell’uso della tecnologia

La parola d’ordine non deve essere quindi “proteggere”, bensì “accompagnare”.

Ma il tema vero è che abbiamo ampiamente perso un paio di treni, che non si sono certo fermati per farci salire. Il primo è stato quello dei social. Abbiamo regalato uno smartphone ai figli, i più diligenti hanno cercato di imporre banali restrizioni di orario, poi li abbiamo abbandonati, i nostri figli, col cellulare in mano a scorrazzare sui social, indisturbati.

Nessun genitore – poche le eccezioni – si è preso la briga di comprendere quel mondo prima di lasciare che i ragazzi ci passassero la vita. Non lo abbiamo fatto noi genitori, non lo hanno fatto né i maestri, né gli insegnanti, né gli educatori.

Li abbiamo lasciati soli col lupo che si leccava i baffi. E adesso invochiamo un cacciatore che uccida il lupo cattivo.

E abbiamo ovviamente perso il treno degli smartphone e dei device, impegnati come eravamo nel goderci la felicità di aver trovato una nuova tata universale cui affidare i figli.

L’Intelligenza Artificiale è il prossimo treno da non perdere

E con l’Intelligenza Artificiale sta accadendo la stessa cosa: per i bambini di 10, 11 anni è una cosa normale, quelli di 14 la usano quotidianamente per fare i compiti, alcuni bambini – molti – si convincono di aver trovato un nuovo amico con cui confidarsi, altri ne approfittano per sedute psicologiche gratuite e pericolose.

E noi, noi genitori, noi insegnanti, noi educatori, assistiamo a tutto questo come se ne fossimo solo spettatori inermi, a volte solo infastiditi.

In Italia gli studenti preuniversitari sono poco più di 7 milioni, i docenti circa 850mila. La stragrande maggioranza dei primi considera l’Intelligenza Artificiale uno strumento come un altro ma molto, molto utile – nelle Università la percentuale è quasi del 90 per cento –, mentre solo il 25 per cento dei secondi si è posto il tema del “conosciamola meglio” e la utilizza.

Per educare bisogna prima conoscere

Un gap forse già incolmabile, ma forse no. Forse questa volta facciamo in tempo a prenderlo, quel treno.

Non possiamo permettere che su certe cose, tipo l’AI, i nostri figli ne sappiano infinitamente più di noi. Non possiamo permettere che, così come sono diventati ostaggi dei social, lo diventino anche dei chatbot.

Ma i nostri divieti non servono a nulla se non dimostriamo a loro, ai nostri figli, ai nostri alunni, che di quella roba ne sappiamo quanto e più di loro. E che possiamo dunque “accompagnarli” a usarla.

E già che ci siamo, quando ci sediamo a tavola, lasciamo i nostri cellulari in un’altra stanza: dai e dai, anche i nostri figli, chissà, lo faranno.