Sociologia della discriminazione legata all’età
“Una società che allunga la vita ma accorcia le opportunità rischia di trasformare la longevità in una nuova forma di disuguaglianza”
L’ageismo rappresenta oggi una delle forme di discriminazione più diffuse e al tempo stesso meno riconosciute nelle società contemporanee. Nonostante l’invecchiamento demografico incida in modo rilevante sulla qualità della vita delle persone, sulle opportunità di partecipazione sociale e sulle traiettorie lavorative, la discriminazione basata sull’età continua a occupare uno spazio marginale nel dibattito pubblico e nelle politiche di inclusione.
Questa mancata attenzione risulta particolarmente significativa rispetto alle trasformazioni demografiche in corso. L’aumento dell’aspettativa di vita, il progressivo invecchiamento della popolazione e un nuovo equilibrio tra generazioni stanno modificando la struttura sociale, economica e culturale dei Paesi avanzati. In questo scenario, l’età quindi non rappresenta più solo un dato un anagrafico, ma diventa sempre più un elemento in grado di condizionare l’accesso alle opportunità, il riconoscimento sociale e la possibilità di essere rappresentati senza essere stereotipati.
Il termine introdotto dallo psichiatra americano Robert Neil Butler, indica l’insieme di stereotipi, pregiudizi e pratiche discriminatorie sull’età, che possono riguardare sia le persone anziane sia le fasce più giovani della popolazione. L’ageismo, infatti, riguarda più in generale il modo in cui la società attribuisce valore, autorevolezza, produttività e competenza alle diverse età della vita. Caratteristica del fenomeno è la capacità di agire in modo implicito, normalizzato, instillato nelle pratiche quotidiane, nei linguaggi, nella cultura e nei modelli organizzativi. Per questo motivo, l’ageismo tende a essere meno visibile rispetto ad altre forme di discriminazione, pur producendo effetti concreti e misurabili in diversi ambiti della vita, come il lavoro, la sanità, l’accesso ai servizi e la rappresentazione mediatica.
L’ageismo nella società
Inizialmente, l’ageismo indicava la discriminazione nei confronti delle persone anziane, ma oggi si utilizza per descrivere qualsiasi forma di pregiudizio, stereotipo o esclusione legata all’età, che può riguardare tanto gli over 60 quanto i più giovani.
La parola ageismo può essere utilizzata come termine ombrello per definire le diverse forme discriminatorie, nonché i pregiudizi e gli stereotipi, basati sull’età. Ad oggi diversi studi dimostrano l’impatto negativo che questo ha su coloro che ne sono vittime, sia a livello di salute psicofisica, sia per quanto riguarda le attività sociali e lavorative. Il rischio maggiore, soprattutto nella fascia anziana, è quello di interiorizzazione dello stereotipo, fenomeno che causerebbe l’introiezione negativa della propria immagine e la conseguente accelerazione dei processi di invecchiamento.
All’interno della sfera sociale e personale l’ageismo si manifesta in differenti modalità:
- a livello strutturale agisce sulle leggi e le politiche pubbliche, svantaggiando alcuni individui in base alla loro età
- dal punto di vista relazionale crea divario generazionale nella dimensione del dialogo e dei rapporti.
Sempre più spesso, inoltre, si parla di ageismo digitale, intendendo l’insieme dei comportamenti e dei pregiudizi nei confronti degli over 65, e non solo, circa la capacità di approcciarsi e utilizzare le tecnologie, navigare su Internet, usare i social media e tutte le attività legate alla sfera del digitale. Un aspetto dell’ageismo ci pone di fronte al cambiamento fondamentale del modo in cui le società preesistenti si riferivano agli anziani; infatti, se prima i vecchi erano considerati il patrimonio prezioso di una comunità – avevano esperienze e conoscenze maturate nel corso degli anni -, con l’ageismo quel binomio sta saltando. Anzi, è saltato, se l’ageismo si configura come marginalizzazione del vecchio, addirittura vissuto come un peso, salvo poi “riscoprirlo” come fonte di spesa attraverso tutta l’industria del divertimento, wellness compreso. Infatti, l’età anagrafica è diventata di per sé un limite, una condizione invalidante, una differenza in termini negativi.
Il contraltare dell’ageismo è lo youngism; esso indica l’atteggiamento ageista verso i giovani adulti, coloro che si ritrovano all’inizio della loro carriera lavorativa e il cui grado di maturità e capacità viene identificato con l’età.
Donne e ageismo: la doppia discriminazione
Accanto allo youngism troviamo un altro fenomeno che rientra nella discriminazione per l’età, ed è la discriminazione di genere. Nello studio, realizzato da Women of Influence, Exploring the Impact of Ageism on Women in the Workplace, emerge che l’ageismo non colpisce in egual misura donne e uomini intersecandosi con fenomeni culturali radicati come gli stereotipi di genere. A parità di età, le donne risultano più svantaggiate e l’ageismo diventa quindi agesimo di genere. Infatti, quasi l’80% delle donne che hanno partecipato allo studio ha dichiarato di aver subito, nel corso della propria carriera lavorativa, discriminazioni legate all’età.
Ciò che emerge, dalle voci delle partecipanti, è che le donne non si sentono mai nell’età giusta. Con l’invecchiamento vengono considerate meno capaci, quasi fossero antiquate, mentre da giovani sperimentano veri e propri deficit di credibilità venendo, ad esempio, confuse come studentesse o tirocinanti o, addirittura, percepite come potenzialmente vicine ad una maternità.
L’ageismo si manifesta in molti modi: commenti ironici o denigratori legati all’età; difficoltà di accesso al mondo del lavoro; esclusione da opportunità formative o professionali; invisibilità nei media o nella comunicazione; sottovalutazione delle competenze o del potenziale.
In ambito sociale, sanitario e lavorativo, l’età diventa spesso un criterio di giudizio che limita la libertà e la dignità delle persone.
Uno degli effetti dell’ageismo è l’autoageismo, quando, cioè, l’invecchiamento è percepito negativamente da parte della stessa persona anziana. Un clima sociale e culturae ageista rende maggiormente vulnerabile l’anziano, tanto da condurlo a sviluppare un atteggiamento di rassegnazione per la vita, rinunciando all’aderenza terapeutica, a screening e a comportamenti preventivi.
Come si manifesta l’ageismo
L’ageismo si manifesta in tre dimensioni principali:
- Ageismo istituzionale: quando regole, norme o pratiche discriminano sistematicamente persone in base all’età. Alcuni esempi sono i limiti di età per determinati lavori o servizi, o le politiche che penalizzano lavoratori anziani.
- Ageismo interpersonale: emerge nelle interazioni quotidiane attraverso atteggiamenti o comportamenti discriminatori. Si esprime con termini dispregiativi, esclusione sociale o trattamento infantilizzante verso gli anziani.
- Ageismo interiorizzato: si verifica quando le persone assorbono e applicano a se stesse stereotipi legati all’età. Una persona anziana potrebbe, ad esempio, evitare di imparare nuove tecnologie perché “troppo vecchia”, autolimitandosi.
La discriminazione basata sull’età non riguarda solo gli anziani. L’age shaming colpisce anche i giovani, spesso considerati inesperti, irresponsabili o incapaci di prendere decisioni importanti.
Anche in ambito culturale e nella comunicazione, l’ageismo colpisce. Infatti, cinema, televisione e pubblicità tendono a rappresentare giovani e anziani attraverso stereotipi consolidati: l’adolescente inesperto, l’anziano incapace di usare la tecnologia, la nonna dolce e passiva. Questa narrazione influisce sul modo in cui le persone si percepiscono e vengono percepite.
Giovani e anziani: due facce dello stesso pregiudizio
L’ageismo si nutre di preconcetti opposti ma complementari. Da un lato, gli anziani sono visti come rigidi, superati o inadatti ai contesti moderni; dall’altro, i giovani vengono considerati troppo inesperti, volubili o incapaci di gestire responsabilità.
Questo genera un circolo vizioso di esclusione, che separa invece di unire. In realtà, giovani e anziani sono portatori di conoscenze, punti di vista e competenze che, se integrati, possono arricchire ogni contesto: dalla scuola al lavoro, dalle comunità locali alle istituzioni.
Il paradosso dell’ageismo
Il paradosso dell’ageismo è che il suo pregiudizio deve fare i conti con una società sempre più longeva; infatti, secondo l’OMS, entro il 2050 1 persona su 5 nel mondo sarà over 60. Senza affrontare i pregiudizi legati all’ageismo, si va incontro a una vera e propria distorsione cognitiva che rischia di minare le relazioni intergenerazionali. Per contenere il fenomeno e, addirittura, sconfiggerlo, servono politiche mirate e più incisive, oltre che trasversali, a ogni livello della nostra comunità.
Il problema è urgente, oltre che drammatico. Lo testimonia uno studio condotto su oltre 80 mila persone in 57 Paesi, pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health, nel quale emerge che una persona su due ha pregiudizi basati sull’età che influenzano anche uno dei settori chiave della vita degli anziani, cioè la sanità, riducendo l’accessibilità alle cure e l’appropriatezza dei trattamenti. Per questo motivo l’ultimo e storico rapporto sull’ageismo stilato da OMS e ONU nel marzo del 2021 ha evidenziato la necessità di politiche e leggi che affrontino la questione, oltre che di attività educative e intergenerazionali che riducano i pregiudizi, in modo da progredire nella collaborazione globale per il decennio dedicato all’invecchiamento attivo dalle Nazioni Unite (2021-2030).
Gli effetti negativi dell’ageismo influenzano anche la longevità, con una probabilità fino a 4 volte più alta di morire nelle persone anziane che hanno un’autopercezione negativa dell’invecchiamento rispetto a coloro che hanno una visione positiva della vecchiaia. Interiorizzare stigma e pregiudizi potrebbe essere un nuovo fattore di rischio per una vita più lunga.
L’ageismo e i suoi effetti
Gli effetti dell’ageismo vanno oltre il disagio momentaneo. La ricerca scientifica ha dimostrato che l’esposizione costante a pregiudizi basati sull’età provoca danni significativi:
- Effetti sulla salute fisica: le persone esposte all’ageismo mostrano una riduzione dell’aspettativa di vita, un aumento del rischio cardiovascolare, un recupero più difficile dalle malattie e maggiore vulnerabilità alle infezioni.
- Effetti sulla salute mentale: l’ageismo provoca ansia e depressione, riduce l’autostima e il senso di autoefficacia. Le persone discriminate sperimentano isolamento sociale e stress cronico con effetti negativi sul sistema immunitario.
- Effetti socioeconomici: le conseguenze includono la perdita di opportunità lavorative con conseguente reddito ridotto e una maggiore dipendenza da sistemi di assistenza sociale. L’ageismo porta anche all’esclusione da ruoli decisionali nella società e alla perdita di talenti e competenze.
La discriminazione basata sull’età crea un circolo vizioso: gli stereotipi negativi influenzano il comportamento degli individui che, a loro volta, finiscono per confermare involontariamente quegli stessi stereotipi.
Come contrastare l’ageismo
Combattere l’ageismo è possibile, a partire da piccoli gesti quotidiani e da politiche inclusive. Ecco alcune strade da percorrere:
- Educazione e sensibilizzazione: inserire l’educazione intergenerazionale nei percorsi scolastici e nei programmi aziendali può aiutare a ridurre i pregiudizi e promuovere il rispetto reciproco.
- Dialogo tra generazioni: promuovere il confronto tra giovani e anziani, creando spazi condivisi dove valorizzare le esperienze di entrambi.
- Politiche inclusive: le aziende possono adottare iniziative concrete per includere persone di tutte le età nei processi decisionali e valorizzarne le competenze.
Nelle interazioni quotidiane si manifesta nel parlare più lentamente o ad alta voce agli anziani senza motivo e nell’utilizzare diminutivi inappropriati. Spesso si ignorano le opinioni dei più giovani in discussioni familiari e si usano frasi limitanti come “alla tua età non dovresti…” o “sei troppo vecchio per…”
- A livello individuale, possiamo prendere coscienza dei pregiudizi legati all’età, sfidare gli stereotipi, coltivare relazioni intergenerazionali e utilizzare un linguaggio rispettoso.
- A livello comunitario, è utile creare spazi che favoriscano l’incontro tra generazioni diverse. Risulta efficace anche:
- Promuovere la rappresentazione positiva di tutte le età nei media
- Sostenere programmi educativi contro la discriminazione
- Valorizzare le competenze di persone di ogni età
- A livello istituzionale, combattere l’ageismo richiede politiche contro la discriminazione e la rimozione di limiti di età arbitrari nel lavoro e nell’istruzione. Bisogna formare il personale sanitario a riconoscere l’ageismo e promuovere la diversità generazionale.
- A livello sociale, serve cambiare la narrativa dell’invecchiamento valorizzando ogni fase della vita. Dobbiamo promuovere un invecchiamento attivo, contrastare la cultura “anti-age” che stigmatizza l’invecchiamento naturale e sostenere la ricerca sugli effetti dell’ageismo.
Dunque, per contrastare efficacemente l’ageismo, è fondamentale un approccio che comprenda:
- Educazione: promuovere la consapevolezza sugli stereotipi e i pregiudizi legati all’età;
- Politiche inclusive: implementare leggi che proteggano tutte le fasce d’età;
- Cambiamento culturale: valorizzare le persone per le loro capacità, indipendentemente dall’età.
La lotta contro l’ageismo non è solo una questione di giustizia sociale, ma anche un investimento nel benessere collettivo. Una società libera da discriminazioni permette a ciascuno di esprimere il proprio potenziale in ogni fase della vita.
L’ageismo e il supporto psicologico
Chi subisce discriminazioni basate sull’età può sviluppare problemi di autostima e depressione. Serenis offre percorsi psicologici online con terapeuti specializzati accessibili da qualsiasi luogo, per sviluppare strategie efficaci e a ricostruire un rapporto positivo con la propria età. Iniziare è semplice, basta compilare un questionario per trovare il professionista più adatto a te. Comincia subito: il primo colloquio è gratuito.
L’ageismo e la sanità
La sanità è l’ambito più insidioso dell’ageismo. Gli anziani sono considerati “troppo vecchi e costosi” per ricevere le cure più avanzate, da cui trarrebbero i maggiori benefici, e per essere inclusi negli studi clinici per la sperimentazione di farmaci di cui sono i primi a fare uso. L’ageismo sanitario si rivela un pregiudizio grave e inaccettabile, che si riflette anche sulla percezione negativa del proprio invecchiamento inducendo la stessa persona anziana a rinunciare alle terapie, a screening e comportamenti preventivi, con gravi effetti sulla salute. Basti pensare, infatti, che il 40% degli anziani è tagliato fuori dalle terapie più avanzate e appropriate e dai protocolli sperimentali senza valide ragioni mediche ma solo in base all’età.
Nonostante nel mondo la maggior parte degli operatori sanitari si adoperi per garantire agli anziani i trattamenti più avanzati, una persona su due ha pregiudizi basati sull’età che influiscono negativamente non solo sulle decisioni del personale sanitario, escludendo 4 anziani su 10 dalle cure migliori e più appropriate, ma anche sulla percezione dell’invecchiamento da parte della stessa persona anziana. Le conseguenze gravano sulla salute psico-fisica degli over 65, aumentando il rischio di diabete, malattie cardiache, ictus e depressione e facendo crescere fino a 4 volte il pericolo di mortalità. Lo dimostra uno studio pubblicato su The Gerontologist dai ricercatori del New Jersey Institute for Successful Aging, secondo cui la probabilità di morire entro 9 anni, pur tenendo conto dei fattori di rischio noti, è del 45% negli anziani che hanno un’autopercezione negativa dell’invecchiamento rispetto al rischio del 10% in chi non ha stereotipi negativi.
La carta di Firenze
L’allarme è noto anche in Italia. Nel 2024, dopo l’appello degli scienziati italiani per la crisi del servizio sanitario pubblico sottofinanziato, i geriatri hanno lanciano l’allarme sui bisogni di salute, soprattutto dei grandi anziani, su cui l’SSN non investe abbastanza risorse. Nel 2024 nasce la Carta di Firenze il primo manifesto mondiale contro l’ageismo sanitario.
La Carta di Firenze è stata pubblicata sull’European Geriatric Medicine e su The Journal of Gerontology; si articola in 12 azioni concrete per ridurre al minimo l’impatto negativo dell’ageismo nell’assistenza sanitaria e migliorare la qualità di vita degli anziani, riducendo i costi legati alle loro patologie.
Le 12 azioni sono un vero protocollo socio-sanitario. Ecco le voci e il loro contenuto:
- Educazione. Bisogna promuovere l’educazione e la sensibilizzazione della popolazione, soprattutto degli anziani, per sconfiggere gli stereotipi e le false convinzioni che portano a pensare che la terza età sia un periodo di inevitabile declino.
- Formazione. Il tema dell’invecchiamento deve diventare parte integrante del percorso formativo del personale sanitario e degli assistenti sociali.
- Prevenzione. Il sistema sanitario deve dare priorità alla medicina preventiva in ogni fascia di età, per ritardare quanto più possibile l’insorgenza di malattie, fragilità e disabilità, e non solo curare le patologie quando si manifestano.
- Personalizzazione delle terapie. La cura dell’anziano non può basarsi sul trattamento delle singole patologie secondo linee guida basate su trial clinici condotti in pazienti giovani: servono terapie su misura finalizzate a raggiungere obiettivi realistici, compatibilmente con l’età e le comorbidità del paziente.
- Condivisione del percorso di cura. Il medico deve cercare una maggiore condivisione del percorso di cura col paziente e i suoi caregiver, informandoli correttamente delle possibili alternative e ascoltando con attenzione le loro esperienze, in modo da scegliere le opzioni più adatte alle loro priorità e preferenze in modo da aumentare l’aderenza alla terapia.
- No alle discriminazioni. La scelta delle terapie non va fatta in base all’età anagrafica, per non escludere pazienti anziani da trattamenti di prevenzione e cura che potrebbero essere utili a migliorare la loro qualità di vita.
- Trial clinici più inclusivi. Gli anziani dovrebbero essere inclusi nelle sperimentazioni cliniche che testano cure e interventi potenzialmente utili per loro. I risultati andrebbero stratificati per età e condizioni di salute, misurando non solo gli effetti in relazione alla malattia e alla sopravvivenza, ma anche alla qualità di vita.
- Assistenza più integrata. Serve un maggiore coordinamento tra assistenza medica e sociale per una migliore gestione dei pazienti anziani con malattie croniche, fragilità, disabilità e deficit cognitivi. Il geriatra può giocare un ruolo chiave.
- Priorità al PS. Al pronto soccorso gli anziani devono essere trattati e dimessi il più rapidamente possibile, perché una permanenza prolungata aumenta il rischio di deterioramento delle loro condizioni.
- Ospedali age-friendly. Le strutture sanitarie dovrebbero includere ambienti “amici” degli anziani, dove i pazienti non siano costretti a rimanere immobili a letto e isolati, ma abbiano la possibilità di occuparsi della cura della propria persona, di fare riabilitazione, socializzare e dormire indisturbati per recuperare prima. Questo aiuterebbe a prevenire complicazioni come le cadute, il delirio, l’incontinenza e la depressione.
- Accessibilità. L’accesso all’assistenza sanitaria dovrebbe essere garantito alle persone anziane, in particolare a quelle con disabilità, fragilità, isolamento sociale e svantaggio socioeconomico. L’assistenza dovrebbe comprendere la salute orale, la salute degli occhi, gli apparecchi acustici e altri.
- Tecnologie a misura di anziano. Il coinvolgimento degli anziani nello sviluppo di tecnologie sanitarie, compresa l’intelligenza artificiale, può aiutare a sviluppare strumenti che consentano anche a chi è più avanti negli anni di beneficiare di strategie di assistenza innovative. I dati relativi alle condizioni funzionali e di salute degli anziani vanno inclusi nei dati utilizzati per generare modelli di previsione clinica e decisionali.
Secondo gli esperti, se è vero che le risorse limitate comportano delle scelte, resta comunque centrale il fatto che un paziente anziano curato in maniera inefficace, va incontro a ricadute e riospedalizzazioni e deve essere nuovamente trattato con uno spreco di risorse, oltre che di vita e sofferenze individuali.
Le azioni proposte nella Carta di Firenze per invertire la rotta puntano innanzitutto sulla formazione. Il tema dell’invecchiamento deve diventare parte integrante del percorso formativo del personale sanitario e degli assistenti sociali. Secondo Ungar, uno dei promotori e firmatari della Carta di Firenze, «è necessario un cambiamento di paradigma nell’approccio alla cura dell’anziano che non può essere trattato “a pezzetti”, di volta in volta dal cardiologo, dal neurologo, dal diabetologo, ma deve essere seguito con il necessario sguardo di insieme dal geriatra come medico della complessità. Serve poi dare priorità agli anziani nei pronto soccorso che rappresentano un fattore di rischio per via dei lunghi tempi di attesa e una presa in carico non adeguata, che possono contribuire al declino cognitivo e al peggioramento delle condizioni fisiche».
Il medico deve anche cercare una maggiore condivisione del percorso di cura con il paziente e con i suoi caregiver informandoli correttamente delle possibili alternative, ascoltando con attenzione le loro esperienze. I pazienti anziani andrebbero inclusi nei trial clinici per la sperimentazione di farmaci da cui sono tagliati fuori perché ritenuti troppo inquinati” dalle loro fragilità, che comporterebbero studi più sofisticati e complessi e maggiori controlli. Vengono invece esclusi, quando sono i primi a far uso di farmaci e terapie. Altrettanto necessario riprogettare gli ambienti ospedalieri per renderli più age-friendly, riducendo l’isolamento e l’immobilismo a letto dei pazienti e realizzare device sanitari facilmente utilizzabili anche da chi è più avanti negli anni.
Uno studio condotto dalla Yale School of Public Health e pubblicato su The Gerontologist, su persone di età superiore a 60 anni, ha stimato che l’ageismo percepito in un anno è stato la concausa di 17 milioni di nuovi casi di malattie, tra cui patologie cardiovascolari, respiratorie e un aumento della mortalità, con una spesa annuale di 63 miliardi di dollari. È dunque fondamentale promuovere l’educazione e la sensibilizzazione della popolazione, ma soprattutto degli anziani, per sconfiggere gli stereotipi e le false convinzioni che li spingono a pensare che la loro età sia un periodo di inevitabile declino. È una percezione purtroppo confermata da uno studio condotto su 10 mila over 50 dalla Florida State University, pubblicato su The Journals of Gerontology, dove si dimostra che il 41% di coloro che hanno riferito di aver subito discriminazioni basate sull’età ha ricevuto “servizi o cure peggiori rispetto ad altre persone”. Ad esempio, i pazienti anziani affetti da cancro hanno meno probabilità di ricevere trattamenti mirati e gli anziani sono raramente inclusi negli studi clinici sui farmaci per il trattamento delle malattie cardiache.
Dati allarmanti derivano anche dalla più ampia ricerca sul tema condotta su input dell’OMS dagli esperti della Yale School of Public Health, che hanno passato in rassegna ben 422 studi condotti su un totale di 7 milioni di persone in 45 Paesi dei 5 continenti, tra cui l’Italia. I risultati, pubblicati su Plos One, dimostrano che nel 92% degli studi internazionali condotti su studenti e professionisti del settore sanitario, sono emerse indicazioni di ageismo nelle decisioni mediche e questa tendenza è andata aumentando nel tempo. Inoltre, i ricercatori hanno riscontrato che pregiudizi e discriminazioni portano a esiti peggiori in una serie di problemi di salute mentale (inclusa la depressione) e gli anziani che assimilano questi stereotipi negativi sull’età hanno un’aspettativa di vita più breve.
Risultati altrettanto preoccupanti emergono da uno studio osservazionale britannico condotto su 7.500 soggetti over-50. I dati, pubblicati su The Lancet Public Health, indicano una associazione tra chi ha subito discriminazioni in base all’età e tassi più elevati di diabete (6% vs 5%), malattia polmonare cronica (5% vs 3%) e sintomi depressivi (10% vs 7%).
Un’autorappresentazione denigratoria del proprio invecchiamento si associa a un rischio maggiore del 40% di problemi cardiaci e del 30% di ictus, come risulta dallo studio pubblicato su The Journals of Gerontology già richiamato in riferimento alla minore probabilità degli anziani nel ricevere trattamenti di qualità.
La situazione in Italia
L’ageismo è un fenomeno strisciante anche nella sanità italiana e gli effetti sono lampanti nel caso delle malattie cardio-cerebrovascolari, che riguardano oltre il 60% degli over 65 e raggiungono il picco dell’80% negli ultra 85enni che in Italia superano i 2.2 milioni. Con l’aumentare dell’età le prescrizioni farmacologiche e i regolari controlli raccomandati dalle linee guida si riducono progressivamente fino a dimezzarsi negli over 85, in cui si registra un sostanziale sotto trattamento fino al 40% dei casi. Lo dimostrano i dati dei registri nazionali che documentano una marcata flessione della prescrizione di statine, con un crollo di ben il 50% negli ultra 85enni dopo sindrome coronarica.
Ciò deriva almeno in parte dall’errata convinzione che una persona molto anziana non tragga significativi benefici dalle terapie, ma i dati dimostrano l’esatto contrario. Anche negli ultra 85enni la mortalità dopo un anno da un infarto, ad esempio, è in media del 70% inferiore nei pazienti che ricevono tutte le terapie raccomandate, rispetto a quelli non trattati in modo inadeguato – commenta Ungar – Anche nei grandi anziani, nei quali i farmaci vanno utilizzati con cautela per un maggior rischio di eventi avversi, la corretta prescrizione si rivela efficace e fornisce un contributo fondamentale per allungare la vita, migliorarne la qualità e ridurre eventi letali.
L’ageismo nel lavoro
L’ambiente lavorativo è forse il luogo dove l’ageismo si manifesta con maggiore evidenza e frequenza. Gli over 50 spesso faticano a trovare nuove opportunità, mentre i giovani vengono esclusi per “mancanza di esperienza”, creando un corto circuito generazionale. A fronte di un invecchiamento sempre più rapido, una percentuale in crescita di anziani e un conseguente allungamento della vita lavorativa, la multigenerazionalità è una caratteristica che ha bisogno di essere presa in considerazione e l’ageismo una discriminazione da contrastare, per favorire scambi tra generazioni che siano costruttivi, in grado di superare gli stereotipi anagrafici e capaci di valorizzare i talenti di ognuno.
Ma l’ageismo non colpisce solo chi è avanti con gli anni. Anche i più giovani, etichettati come “immaturi” o “incostanti”, possono subire forme di esclusione o delegittimazione. L’età, insomma, diventa una barriera bidirezionale, e non una risorsa.
Nel contesto lavorativo italiano, l’ageismo rappresenta un ostacolo alla crescita di un’azienda. Attualmente, infatti, i residenti con 65 anni e più nel nostro Paese sono 14,6 milioni e rappresentano il 24,7% della popolazione totale.
Come per la sanità, anche per il lavoro il paradosso dell’ageismo risalta drammaticamente. A fronte del tema dell’inclusione, si passa sotto silenzio una forma di discriminazione diffusa: l’ageismo, che nel mondo del lavoro colpisce anche i giovani, non solo gli anziani. Pensiamo a chi viene definito “troppo vecchio” per un nuovo impiego o “troppo giovane” per avere voce in capitolo: l’età diventa un ostacolo, nonostante competenze, esperienze e potenzialità.
Secondo uno studio condotto negli Stati Uniti, il 64% dei lavoratori tra i 45 e i 74 anni ha sperimentato forme di ageismo sul lavoro. In Italia, la situazione non è molto diversa. Le persone anziane hanno minori probabilità di ottenere un colloquio a parità di competenze e, una volta disoccupate, fanno più fatica a reinserirsi.
Molti, per superare queste barriere, arrivano a falsificare la propria età sul curriculum. Questo non solo danneggia le opportunità individuali, ma priva le aziende di competenze preziose.
Contrastare l’ageismo nel lavoro
Studi e rapporti hanno identificato i seguenti punti per contrastare l’ageismo nel mondo del lavoro. Essi sono:
- l’educazione e la formazione, elementi che dovrebbero essere prerequisiti in ogni settore aziendale, specie in ambito di recruitment. Un esempio è “Persone oltre le generazioni”, il cui obiettivo è educare alla valorizzazione delle persone a prescindere dall’età e favorire lo sviluppo di un dialogo intergenerazionale;
- politiche della diversità e l’inclusione in grado di comprendere anche l’aspetto dell’età anagrafica e in grado di creare una cultura multigenerazionale che sia una risorsa e non un ostacolo;
- rimozione dei bias linguistici e comportamentali che perpetuano stereotipi ageisti, frequenti soprattutto in casi di ageismo digitale.
Alcune aziende hanno già iniziato a contrastare l’ageismo. Bosch ha avviato un programma di mentoring intergenerazionale; Engie Italia ha promosso l’iniziativa “Valore Over 50”; BMW ha lanciato campagne pubblicitarie per valorizzare l’esperienza degli over 60. Tutte scelte che dimostrano come inclusione ed età possano coesistere, anche (e soprattutto) nel mondo del lavoro.
Contrastare l’ageismo è necessario, visto che nel contesto lavorativo italiano rappresenta un ostacolo alla crescita di un’azienda. Attualmente, infatti, i residenti in Italia con più di 65 anni sono 14,6 milioni e rappresentano il 24,7% della popolazione totale secondo dati ISTAT. Riconoscere e superare l’ageismo non è solo un’urgenza sociale, ma una necessità economica e culturale.
Tag:



